L’Antigone di Sofocle

TEATRO

Giovedì, 28 luglio 2011

 

Tones on the Stones - Antigone

 

Compagnia Le Belle Bandiere
Drammaturgia, regia e interpretazione di Elena Bucci e Marco Sgrosso
Drammaturgia sonora di Raffaele Bassetti ed Elena Bucci

 

Elena Bucci e Marco Sgrosso, anima del gruppo Le Belle Bandiere, tornano quest’anno a Tones on the Stones a prendersi la rivincita sul brutto temporale che l’anno scorso impedì la rappresentazione dello Shakespeariano “Macbeth” a pochi minuti dall’inizio dello spettacolo.

Tornano e portano in scena, ancora una volta, un grande classico della letteratura drammatica di tutti i tempi: l’ “Antigone” di Sofocle, un testo rappresentato per la prima volta nel 442 a.C.

Come il “Macbeth” anche questo testo affronta una questione delicata, quella del rapporto fra l’uomo e il potere. Nella maschilista società greca arcaica la giovane Antigone è abbandonata da tutti, anche dalla sorella Ismene, quando tenta di compiere i riti funebri per il fratello Polinice, ucciso dall’altro fratello, Eteocle, alle porte di Tebe.

La ragione di stato – questo è l’interrogativo che pone la tragedia – prevale sulle ragioni dell’individuo? Se la ragione di stato impone che Polinice, assediatore di Tebe, rimanga cadavere insepolto, esposto a tutte le intemperie e a tutti gli oltraggi, è giusto che la giovane Antigone violi questa legge solo per assecondare le ragioni del cuore? No, dicono gli uomini della vicenda. No diceva, nel 1807, anche Georg Wilhelm Friedrich Hegel, il grande filosofo tedesco autore della “Fenomenologia dello Spirito”.

Per Hegel era ingiusto lo slancio sentimentale di Antigone, perché nella sua visione organica del mondo lo Stato era un’entità più complessa della famiglia e superiore a essa.

Sarà la suggestione del titolo Sofocleo, sarà che il mito è stato ripreso nel ‘900 da autori importantissimi come Anuoilh e Brecht, sarà che di tragedie legate alla ragion di stato che stritola gli uomini ne ha viste tante sia la storia moderna sia, ancor più, quella contemporanea, fatto sta che oggi la tesi di Hegel ci pare difficilmente ricevibile e la nostra simpatia va in maniera empatica ad Antigone e alla sua insensata, amabile e folle sfida a una società oppressiva e maschilista, a leggi spersonalizzanti e inique che infangano la nobiltà dell’essere umano.

La ricerca e la restituzione della propria dignità di essere senziente e pensante, capace di scelte, è il senso della drammaturgia che Elena Bucci e Marco Sgrosso propongono per il testo sofocleo. Nello spettacolo la musica diventa una componente integrante dello svolgimento drammatico, perché accompagna questo faticoso percorso alla ricerca di uno spazio innegabilmente umano e inalienabile. Il mito conferma una volta di più la sua vitalità, la sua capacità di dialogare con le forme e i linguaggi del presente, proponendo ancora delle domande impegnative alle quali fornire risposte non è mai troppo semplice e immediato. Una costante riflessione sull’uomo e la sua natura, sul suo posto nel mondo e sulle leggi instabili che costruiamo per governarlo.

Entriamo nel mondo della tragedia greca guidati dalle suggestioni del mistero che la avvolge, dal fascino delle rovine, dalle domande intorno ad una complessità di linguaggi che per tutti era leggibile, creando una partitura per voce, azioni e suoni.
Registrazioni, musica elettronica e suono ai sensori si miscelano alle parole e sorreggono, provocano, contrastano le azioni, aiutando il salto verso una commistione contemporanea dei diversi codici linguistici della musica, del teatro e della danza.
La nostra pratica teatrale – che si basa sulla ripetizione di un rito che non può prescindere da una dedizione fisica, spirituale e intellettuale di chi lo pratica ogni volta ‘dal vivo’ – ci insegna quanto sia fondamentale prendere atto della propria responsabilità e della propria capacità di modificare l’esistente. Il teatro rimane oggi uno dei pochi riti collettivi che si continuano a praticare e attraverso il quale una comunità si ritrova a sentire e a pensare insieme, attraverso sollecitazioni non soltanto intellettuali ma anche fisiche.
Se la mente e la storia ci dicono che il dolore intesse la vita in ogni sua parte, il teatro e l’azione ci inducono a lottare perché esista una catarsi, che si raggiunge celebrando il rito e cambia forma e senso a seconda del pubblico, del tempo, del luogo.”